Everything you need to know about Patrick Terence Boylan

Patrick Boylan, professore d’inglese per il curriculum Comunicazione Interculturale dell’Università Roma Tre, è stato tra i primi teorici in Italia della natura volitiva del linguaggio e dell’apprendimento linguistico: in questa prospettiva, ogni lingua è un voler dire che esprime un voler essere comunitario – e va imparata come tale.

Dopo aver conseguito nel 1962 una doppia laurea in Lingua e letteratura inglese e in Psicologia dal Saint Mary’s College in California (dove è nato) e poi un DES in stilistica letteraria dalla Sorbona (1966), Boylan ha scelto di specializzarsi nei metodi audiovisivi per l’insegnamento delle lingue (École Normale di Saint Cloud) e poi, trasferendosi a Roma, nei metodi d’insegnamento a distanza (Università La Sapienza).

Dal 1967 al 1980 egli è stato lettore presso la “Facoltà di Magistero” di Roma (diventata poi nel 1992 la “Facoltà di Lettere” del nascente Università Roma Tre) dove ha sperimentato per prima in Italia l’insegnamento dell’inglese tramite “la ricerca etnografica sul campo”.  Gli studenti imparavano a praticare l’osservazione partecipante di nativi parlanti d’inglese “braccati” ed intervistati nei luoghi turistici della capitale (Slobin 1967, Hymes 1972, Agar 1980).  Boylan ha anche sperimentato l’uso delle tecniche di memoria emotiva elaborate da Stanislavski (1961): gli studenti ricostruivano ed interiorizzavano il sistema di valori di una personaggio anglosassone da loro scelto come modello linguistico-culturale.  Infine, utilizzando la tecnica etnometodologica di Garfinkel (1967), gli studenti imparavano a passare una giornata a casa propria pensando di essere il loro doppio di lingua inglese – per smascherare gli occulti meccanismi di acculturazione – e descrivendo poi, da etnografo anglosassone, quanto osservato.  I saggi di Boylan su queste innovazioni teorico-pratiche ed altre – molte ancora oggi attualissime – sono apparse dapprima in lingua italiana (otto articoli e due libri di testo tra 1978 e 1994) e poi, dal 1995, in inglese. Sono scaricabili dal sito www.boylan.it (sotto la voce RICERCA).

Il filo conduttore che percorre questi scritti è che l’insegnamento delle lingue nell’ottica culturale appena descritta – che mira a formare laureati in lingue capaci di cogliere la forma mentis dei loro interlocutori stranieri e di esprimersi di conseguenza – andrebbe considerato una disciplina accademica vera e propria e non rilegato ai Centri Linguistici o a figure accademicamente marginali. Le lingue, infatti, non sono codici grammatico-pragmatici da imparare meccanicamente bensì modi di porsi per afferrare il reale: vanno indagate attraverso sperimentazioni – in aula e sul campo – che si rifanno a discipline come la comunicazione interculturale, l’ermeneutica e l’etnometodologia.

Questa visione malinowskiana del linguaggio ha infatti portato Boylan a definire le lingue naturali come sedimentazioni di stati articolati di intenzionalità espressiva (stati di voler dire), cristallizzatesi nel tempo attraverso la partecipazione sentita in eventi comunicativi regolati da un voler essere comune (la cultura degli interagenti). Pertanto non vanno considerati “lingue” o “linguaggi” gli insiemi di parole che normalmente chiamiamo tali: “l’inglese”, “l’italiano”, “il legalese“, ecc., oppure i repertori espressivi non verbali. Essi costituiscono solo gli accessori manipolati dal voler dire dei parlanti per rendere tangibile determinati stati esistenziali e determinate configurazioni di intenzionalità che, per quanto diversi tra di loro, hanno una matrice culturale comune.  Insegnare una lingua viva significa dunque far assimilare quella matrice e solo subordinatamente i repertori verbali (e gli altri repertori) usati per manifestare gli stati esistenziali e le configurazioni di intenzionalità che ne derivano.

Attualmente Boylan fa parte dell’Esecutivo della IALIC (Associazione internazionale per lo studio del linguaggio e della comunicazione interculturale), della SIETAR (Società internazionale per l’insegnamento e la ricerca nel campo dell’interculturalità) e dell’AIA (Associazione Italiana Anglistica) ed è membro fondatore dell’AISC (Associazione italiana di scienze cognitive). E’ stato invitato ad insegnare in diverse università all’estero, compresa la sua alma mater la Sorbona, ed è tutt’ora nel comitato di coordinamento per il progetto Europeo “PICTURE” (“Portfolio for Intercultural Communication: Towards Using Real Experiences”).

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Agar, M. A. (1980) The Professional Stranger: an Informal Introduction to Ethnography. Orlando: Academic Press.

Garfinkel, H. (1967) Studies in Ethnomethodology. Englewood Cliffs: Prentice-Hall.

Hymes, D. (1972 [1966]) On communicative competence. In: J.B. Pride & J. Holmes (eds.), Sociolinguistics: Selected Readings. Harmondsworth: Penguin Books. [Paper, Conference on Language Development among Disadvantaged Children, Yeshiva University, 1966].

Slobin, D.I. (ed.) (1967) Field Manual for Cross Cultural Study of the Acquisition of Communicative Competence. Berkeley: University of California Press.

Stanislavski, K. (1961) Stanislavsky on the Art of the Stage. (Trad. David Magarshack). New York: Hill & Wang.

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