Pubblicato da: valentina_ersilia | 25 novembre 2009

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L’università fra pactum sceleris e autodafé
Altro che democrazia, i baroni governano l’università, e si vede

13.05.2008 – Domenico Fiormonte

Premessa, dieci anni dopo

Gli interventi sul problema della “democrazia” e della governance apparsi sul Forum per le elezioni del rettore di Roma Tre hanno stimolato in me alcune riflessioni. Per evitare di aprire una discussione su un tema delicato e importante, ma tutto sommato non direttamente collegato ai temi della campagna, ho preferito destinare queste considerazioni, abbastanza sommarie e scontate per chi frequenta l’università, a una sede non accademica. Nonostante la brevità e inadeguatezza di tali considerazioni, ringrazio molto la redazione di Meltin’pot per aver accettato di ospitarle. Vorrei infine sottolineare che nel mio testo non sono contenuti attacchi o offese criptiche a persone e colleghi della mia o di altre università.

Esattamente dieci anni fa, in un paio di articoli apparsi in diverse sedi (da Golem a AION), analizzavo criticamente il modello universitario anglo-americano, finendo per rivalutare il modello europeo “continentale” dell’istruzione superiore. Era il 1998, e ritornando sul luogo del delitto non rinnego nemmeno una di quelle parole scritte (anche e soprattutto) per difendere l’università italiana da attacchi che giudicavo ingiusti e pretestuosi. Ciò che scrivo sotto dunque non è il frutto della disillusione, ma dell’irragionevole amore che ancora nutro per la nostra università.

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Più di una persona ha definito la recente battaglia sulla riforma dello statuto a Roma Tre come la tappa di un “normale processo democratico”. Non credo che chi abbia affermato ciò sia in malafede, giacché la buona fede rientra nell’interpretazione che qui propongo. La mia interpretazione è che più o meno in tutti i messaggi e risposte pubblicati sul Forum operi una gigantesca rimozione collettiva. La rimozione consiste nel dare per scontato che la struttura accademica sia un’istituzione democratica. Ebbene, come sanno bene i docenti (e anche molti studenti) non è così.

L’università è un sistema oligarchico che si basa sulla cooptazione, non sulla competizione, e dunque è assolutamente impermeabile a ogni forma di concreta democrazia. Fabiani non è l’unico rettore in Italia che si è presentato per un quarto mandato grazie a un cambiamento di statuto. Come si spiega? Eppure esistono degli organi dove si prendono delle decisioni a maggioranza e abbondano anche meccanismi elettivi. Tuttavia questo è uno di quei casi dove confondere il meccanismo con la sostanza sarebbe un errore. La democrazia infatti non è uno strumento, ma una prassi. E la prassi della nostra università è di tipo feudale.

Il potere accademico in Italia, anche a causa della ormai cronica scarsità di fondi, si basa infatti sulla gestione delle risorse umane. Queste risorse vengono reclutate con meccanismi di cooptazione, ovvero i concorsi. Nella migliore delle ipotesi un professore possiede un vivaio di allievi che cerca di collocare nel proprio o in un altro ateneo. Che in quella determinata sede quello o quella docente serva o non serva, è un problema del tutto secondario. La stragrande maggioranza dei posti di ruolo infatti non viene programmata in base a reali esigenze o strategie scientifico-didattiche della facoltà, ma per:

1) favorire la carriera di un o una alleato/a del proprio raggruppamento disciplinare;
2) esaudire la richiesta di questo o quel barone bisognoso di “collaboratori” per fare esami, seguire tesi, gestire le sue ricerche.

Quale è lo strumento per ottenere questi risultati? Il concorso, appunto. Nel quale, però, i vincitori sono decisi in partenza. E’ questo il cuore del problema. Nell’università la democrazia non esiste perché una parte dei suoi cittadini è di serie B, uomini e donne dimezzati nei loro diritti dal patto di fedeltà maestro-allievo. Questo patto infatti, nella maggioranza dei casi, non si evolve in una matura relazione dialettica, in uno scambio di conoscenze, ma in sudditanza sia psicologica che materiale. Pensate, infatti, che le elezioni per un direttore di dipartimento siano libere? Se per libero si intende il meccanismo formale, allora sì, ma se pensiamo che in un dipartimento vi sono in media 20-30 persone è chiaro che non sussistono nemmeno le basi statistiche per esercitare un voto privo di condizionamenti. La distorsione feudale, sebbene su scala diversa e con meccanismi più complessi, opera anche a livello degli altri organi istituzionali, Senato accademico incluso. Dove è chiaro che i colleghi più giovani – si pensi ai ricercatori non confermati – in occasione di decisioni importanti vengono sottoposti a pressioni e ricatti da parte dei loro “azionisti di riferimento”.

In conclusione il meccanismo di reclutamento del personale docente fondato sulla cooptazione è uno dei principali responsabili della paralisi del sistema universitario. Questa paralisi può essere declinata su tre livelli interconnessi:

1) blocco del rinnovo generazionale all’interno dell’istituzione;
2) penalizzazione dell’innovazione scientifico-didattica (perché i direttori di dipartimento e i presidenti di corso di laurea, che a Roma Tre lo potranno essere a vita, hanno il potere di indirizzare la ricerca e la didattica rispettivamente, ed è noto che non gradiscano sempre le novità);
3) conseguente soffocamento o emasculazione del dissenso politico-accademico.

Personalmente, all’interno del sistema italiano ho sperimentato tutte e tre queste forme di violenza e di paralisi. E’ evidente che i recenti cambiamenti degli statuti universitari avvenuti in molte università italiane sono un segnale di consolidamento di una tendenza all’auto-distruzione del concetto stesso di università, almeno così come si è delineato nell’era moderna: cioè una libera e autonoma comunità di studio fondata sulla competizione delle idee.

A mio parere è proprio questa anomalia formale e sostanziale dell’università italiana la causa della sua estraneità e lontananza dalla realtà sociale e culturale. Da destra e da sinistra è stato impossibile intervenire su questo corpo malato non tanto o non solo per inerzia o incapacità politica, man perché lo scollamento dalla la società è ormai quasi del tutto compiuto. Non siamo visti come il luogo dove si elaborano soluzioni ai problemi, ma come uno dei problemi. Perché se il Paese è immerso nella crisi culturale e di identità più grave dal dopoguerra, bisogna semplicemente ammettere che l’università è il cuore e l’anima di questa crisi. E sul nodo del sistema di reclutamento si arena ogni tentativo di applicare al suo interno i modelli e le prassi democratiche.

Dunque, tornando alla campagna elettorale e al forum di Roma Tre, finché il sistema si baserà sulla cooptazione, come sarà possibile avere una discussione aperta, franca, e democratica? Tutti e tutte, nessuno escluso, sono ricattabili. Abbiamo paura a intervenire o schierarci pubblicamente perché ci giochiamo (o almeno così pensiamo) la carriera, che non vuol dire solo avanzamenti di stipendio, ma la possibilità di avere spazi di ricerca, ottenere fondi, insegnare corsi e quant’altro. Insomma per continuare a “esistere” il docente universitario, soprattutto se sotto i cinquant’anni, deve continuare a tacere.

http://www.mpnews.it/index.php?section=articoli&category=6&id=1677/università–e-giovani/-L’università-fra-pactum-sceleris-e-autodafé

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